Horner, Marko, Newey addio: ecco perché la Red Bull non sarà mai più la stessa

Dic 13, 2025

Piergiuseppe Donadoni

A Milton Keynes, un’epoca è finita. In meno di un anno la squadra che aveva incarnato spregiudicatezza, genialità tecnica e audacia imprenditoriale ha conosciuto un repentino ridisegno delle sue gerarchie, con l’uscita di scena di Christian Horner, quella di Helmut Marko, e prima ancora la perdita del genio aerodinamico Adrian Newey, di Jonathan Wheatley e di quel Rob Marshall che ha portato al doppio successo la McLaren in questo 2025. Quel mix di caratteri, visioni e personalità forti che per anni ha definito “la Red Bull” — è stato rimpiazzato da un approccio più sobrio, corporativo e sì, “normale”.

Nel luglio 2025, Horner, dopo vent’anni al timone come team principal e CEO, è stato sollevato dall’incarico su decisione della dirigenza — guidata da Oliver Mintzlaff — poco dopo il Gran Premio di Gran Bretagna. Il motivo ufficiale? Un calo di prestazioni, la sensazione che la squadra non fosse “più dove dovrebbe essere”. In parallelo, c’era una forte volontà del management post Mateschitz di ridistribuire i poteri interni, di ridimensionare soprattutto l’accentramento decisionale che Horner aveva costruito.

Al suo posto è arrivato Laurent Mekies — ex Racing Bulls, ingegnere di lungo corso con esperienze in Ferrari e FIA. La scelta di puntare su un tecnico puro — su qualcuno per cui la “macchina” vale più del carisma da paddock — risponde a un’esigenza di maggiore rigore e concretezza, anche soprattutto in vista della rivoluzione regolamentare e tecnica del 2026. E oggi, con l’addio anche di Helmut Marko, la seconda colonna storica del progetto tecnico e sportivo Red Bull, si chiude un ciclo vero e proprio. D’altronde, l’82enne austriaco era l’amico e il consigliere più fidato di Mateschitz, ma per la diversa visione del nuovo management, che spesso fatica addirittura a ricordare il cofondatore, il suo ruolo è diventato sempre più precario e sotto esame e, nonostante il suo status storico, ci sono stati segnali di una progressiva diminuzione della sua influenza.

Una squadra normalizzata — ma a che prezzo?

Che cosa significa “Red Bull 2.0”? Significa una squadra meno “libera”, con meno improvvisazione, meno contrasti, meno scelte di pancia. Con Mekies, il focus è dichiaratamente più tecnico e il ruolo del “grande capo carismatico che guida tutto” appartiene al passato. Questo ritorno alla razionalità può dare comunque i suoi frutti, a patto di riconoscere che quanto fatto da Horner e Marko negli ultimi 15 anni sarà complicato da replicare. Ma — come giustamente si potrebbe pensare — c’è un prezzo da pagare. Si perde quel tratto identitario che faceva della Red Bull qualcosa di diverso: una squadra che osava, talvolta oltre i limiti, che rischiava, che puntava su personalità forti quanto le sue macchine.

Con Marko fuori, non resta quella voce scomoda, a volte sopra le righe, ma spesso sincera — quella che dava sale alle conferenze stampa, quel punto di rottura con l’establishment. Quella parte di “anima Red Bull” che, anche tra contraddizioni e polemiche, ha spesso anticipato desideri controversi (talvolta criticabili, altre volte coraggiosi) di ribellione al quieto vivere delle scuderie tradizionali. Che è quello che voleva Dieter Mateschitz ma non più Oliver Mintzlaff, il nuovo CEO del colosso austro-thailandese. 

Una F1 che cambia — ed è un altro sport

Negli ultimi anni la Formula 1 non è più (solo) lo sport delle idee forti, delle intuizioni geniali, delle scommesse audaci: è diventato un sistema — di processi, di dati, di risorse. Un’industria in cui massimizzare efficienza e performance significa delegare ai tecnici, agli ingegneri, ai cervelli, più che ai capi carismatici.

Red Bull Racing Team Consultant Dr Helmut Marko talks with Oliver Mintzlaff, Red Bull Head of Sports and Max Verstappen of the Netherlands and Oracle Red Bull Racing in the garage during final practice ahead of the F1 Grand Prix of Abu Dhabi at Yas Marina Circuit on November 19, 2022 in Abu Dhabi, United Arab Emirates. // Getty Images / Red Bull Content Pool // SI202211191424 // Usage for editorial use only //

Il modello “team come marchio”: non è più la scuderia costruita attorno a figure fondatrici e personalità, ma veri e propri asset finanziari (quali sono diventati i team di F1 soprattutto negli ultimissimi anni), dei brand che vanno gestiti e ottimizzati dalle case madri. Con un vertice che, come in una azienda, divide i ruoli. E in questo contesto, non stupisce che le proprietà — in questo caso la coppia composta da Mintzlaff e l’alta dirigenza di Red Bull GmbH — vogliano mettere il brand Red Bull davanti a tutto. Non personalità, non storie, non orgoglio. Questo è il presente della F1: un mondo dominato dagli ingegneri, dall’ottimizzazione, dalla razionalità.

Ma mancherà la vera Red Bull — e chi l’ha fatta

Chi scrive pensa che con queste uscite si sia comunque perso qualcosa di più profondo. Non necessariamente spettacolo — ma una parte dell’anima storica della F1. Perché la Red Bull non era solo un nome. Era Horner. Era Marko. Un mix di personalità forti, scelte controcorrenti e audacia. Una squadra che — piaccia o meno — incarnava un modello: quello dell’assalto alla regola, dell’azzardo, della spregiudicatezza. 

Helmut Marko con Adrian Newey e Chris Horner nel 2023

Oggi quell’anima rischia di andare smarrita: la nuova Red Bull non è più un esperimento, una sfida, un’avventura creata da un uomo, Christian Horner, grazie alla visione di Dieter Mateschitz. E’ una azienda che fattura 11 miliardi di euro, una macchina insomma ben oliata, che può avere come obiettivo quello di vincere in modo efficiente, anche mediaticamente parlando. Ma così non è più “la Red Bull”. E non è un dettaglio secondario. Perché la F1 era anche questo: orgoglio, identità, contrasti. Ora è principalmente un business. E forse, per molti e i più romantici, è una perdita.

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