Cardile: “Aston Martin non ha bisogno di copiare nessuno. Il 2026? Fallire non è un’opzione”

Dic 30, 2025

Jacopo Moretti

Dal Rosso Corsa al Racing Green. Enrico Cardile è uno dei volti simbolo del nuovo corso Aston Martin in Formula 1 e, soprattutto, una delle uscite più chiacchierate degli ultimi anni da Maranello. Toscano, aerodinamico di formazione, cresciuto tecnicamente dentro la Ferrari fino a diventare direttore tecnico, oggi è Chief Technical Officer del team di Lawrence Stroll, chiamato a guidare la rivoluzione tecnica in vista del 2026. Cardile è stato definito l’ultimo tassello” della leadership tecnica Aston Martin, un’etichetta che rende bene il peso della sua figura in una struttura che ha già accolto nomi come Adrian Newey e Andy Cowell. Ma qual è esattamente il suo ruolo? E soprattutto: cosa si porta dietro della Ferrari e cosa, invece, lascia deliberatamente alle spalle?

Il ruolo e il metodo Cardile: “Non voglio perdite di tempo”

Il perimetro delle responsabilità di Cardile è ampio e trasversale. “Sono responsabile di tutto lo sviluppo della vettura”, spiega, chiarendo come il suo ruolo abbracci l’intero processo tecnico: dal concetto iniziale alla progettazione, dallo sviluppo aerodinamico alla dinamica del veicolo, includendo galleria del vento, CFD e strumenti di validazione.

Una visione completa che non si traduce, però, in centralizzazione decisionale o tecnica. All’interno di una struttura ricca di ingegneri di altissimo livello, il tecnico toscano vede infatti il proprio ruolo come quello di facilitatore e guida, vedendo come unica chiave l’integrazione tra reparti e la qualità del flusso informativo. “Solo così – sottolinea – si può evitare spreco di tempo e perdita di prestazione. Se in una riunione dovessi essere io la voce esperta, allora qualcosa non funziona.

Già, perché secondo Cardile devono essere gli specialisti di ciascun settore a portare le soluzioni, mentre a lui spetta il compito di porre le domande giuste e prendere decisioni. Decisioni che, in Formula 1, spesso vanno prese senza avere il quadro completo. Non ho bisogno del 100% delle informazioni per decideree se una scelta si rivela sbagliata, cambiare direzione non è un fallimento ma parte del processo: conta vincere, non stabilire chi aveva ragione all’inizio.

Aston Martin Cardile

L’addio alla Ferrari e la costruzione di un’identità in Aston

Lasciare la Ferrari ha rappresentato inevitabilmente uno spartiacque, soprattutto per un ingegnere italiano cresciuto professionalmente all’interno della Scuderia. In questo senso, il CTO di Aston riconosce le differenze culturali tra i due ambienti: a Maranello esiste una struttura solida, costruita in decenni di storia, mentre Aston Martin è un progetto in evoluzione, ancora da modellare nei processi e nell’organizzazione. Ed è proprio qui che nasce la sua visione. Dobbiamo trovare la nostra identità, spiega, chiarendo come ispirarsi ad altri team sia legittimo, ma copiare no. Copiare significa essere dei seguaci di un’idea altrui, non leader.

L’obiettivo diventa, allora, quello di costruire una squadra che lavori secondo i propri punti di forza, senza diventare una replica di chi oggi rappresenta il riferimento tecnico della categoria. Ma la scelta di lasciare la Ferrari non è stata solo professionale, ma anche personale, oltre che lavorativa. Cardile si è trasferito stabilmente nel Regno Unito per potersi concentrare esclusivamente sul progetto: “Non potrei avere il focus che questo lavoro richiede se la mia vita fosse divisa tra Italia e Inghilterra”.

A convincerlo definitivamente è stato l’impegno della proprietà, incarnato dal Technology Campus e dalla determinazione di Lawrence Stroll, che Cardile definisce uno degli elementi più forti del progetto Aston Martin.

 

Newey

Newey, Cowell e il 2026 come caos creativo

Nel nuovo assetto tecnico Aston Martin, Cardile lavora a stretto contatto con Andy Cowell e Adrian Newey. Una struttura che definisce stimolante e privilegiata, inserita in un contesto che punta dichiaratamente sull’innovazione. L’idea, condivisa con Cowell, è quella di trasformare il team in una sorta di “macchina creativa”, capace di accettare una certa dose di caos come prezzo dell’innovazione.

Cardile spiega, infatti, come un’organizzazione eccessivamente rigida rischi di limitare la capacità di trovare soluzioni nuove. Meglio spingere le persone, sostenerle nelle difficoltà e affrontare i problemi come squadra, con l’obiettivo di creare un ambiente in cui nessuno venga lasciato solo di fronte alle sfide.

Quanto, poi, al 2026, la rivoluzione regolamentare ormai alle porte rappresenta un azzeramento quasi totale dei riferimenti tecnici della Formula 1. Nuova aerodinamica, peso minimo ridotto, nuova power unit e nuovo carburante rendono impossibile prevedere gli equilibri futuri. In questo senso, Cardile parla apertamente di scommesse, di direzioni di sviluppo che potrebbero non dare risultati immediati ma risultare decisive nel lungo periodo.

Il progetto, però, va oltre il debutto della nuova vettura. Riguarda la crescita dell’organizzazione, il miglioramento degli strumenti e il cambiamento della cultura interna. Per questo non c’è spazio per l’autocompiacimento: “Non abbiamo un riferimento, quindi nulla di ciò che facciamo può essere considerato sufficiente”.

La conclusione è poi una dichiarazione di intenti che fotografa l’ambizione Aston Martin: “Faremo la macchina giusta. Non so se alla prima gara, alla seconda o alla settima. Ma abbiamo impegno, concentrazione e fiducia. Abbiamo tutto quello che serve per fare un grande lavoro. Il fallimento non è un’opzione.

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