La Ferrari SF-26 è nata bene. Inutile negarlo. AutoRacer ne ha analizzato segreti, intuizioni e forme nel dettaglio. Dal posteriore curatissimo all’anteriore meno aggressivo (per ora?), passando per le scelte riguardanti la Power Unit, l’impressione è quella di un progetto con una forte personalità. Una notizia indubbiamente positiva per una Scuderia che arriva da un 2025 tremendamente complesso. E altrettanto deludente. Ma allora, c’è da essere positivi verso il 2026 della Rossa? Oppure rimane un fondo di pessimismo cosmico che è impossibile da scalfire? 6 Cilindri risponderà, in questi due giorni, in due modi: prima racconterà i perché no, e poi i perché sì.
Partiamo dagli aspetti che possono infondere meno fiducia.
I FANTASMI FANNO MENO PAURA DELLO SVILUPPO
La SF-26, piena di scelte coraggiose, ha riportato entusiasmo intorno a Maranello. Ciò nonostante, è innegabile che i fantasmi delle ultime stagioni continuino a perseguitare gli uomini in Rosso. Senza andare troppo in là nel tempo, l’ultimo ciclo tecnico ha prodotto una curiosa dicotomia per il Cavallino Rampante. Nelle stagioni pari, il 2022 e il 2024, una monoposto sincera, guidabile e a tratti molto convincente (in qualifica la F1-75, in gara la SF-24) ha finito per soffrire di una o più mancanze. Affidabilità, progressione, sviluppi sbagliati o semplice carenza di passo: che si parlasse dell’una o dell’altra ragione, l’ultimo passo non è mai stato percorso. E le bacheche iridate sono rimaste tristemente vuote. Nelle stagioni dispari, al contrario, due monoposto che nascevano in un clima di fiducia ed esaltazione, accompagnate da fanfare e grandi promesse, si sono rivelate dei Flop cocenti, tenuti a galla con qualche rattoppo qua e là, molto più soddisfacente nella SF-23 post-Suzuka. Il 2026 è un anno pari, ma la cabala, in F1, raramente aiuta a tagliare il traguardo in prima posizione.
E allora, i fantasmi che aleggiano su Maranello rischiano di farsi di nuovo presenti, pronti – non si sa in quale forma – a sottolineare quel solito passo che separa la Rossa dalla gloria. Gestire questo fenomeno, nel caso in cui la SF-26 fosse davvero competitiva, sarà estremamente complesso. E il primo ostacolo da saltare a piè pari sarà quello dello sviluppo. Prendendo come esempio le ultime 10 stagioni, dal 2016 al 2025, sono forse solo due le occasioni in cui lo sviluppo durante l’anno ha nettamente migliorato una Ferrari. È accaduto nel 2019, con la SF-90 e le migliorie telaistiche introdotte a Singapore, e nel 2023, con il nuovo fondo che da Suzuka in poi ha riacceso la competitività della Rossa (e, non è un caso, di Charles Leclerc).

In un frustrante giorno della Marmotta, il più delle volte Maranello ha sfornato una monoposto più o meno competitiva in primavera, ma incapace di crescere costantemente fino ad Abu Dhabi. Anche la SF-24 semi-resuscitata a Monza non è mai diventata la monoposto più veloce in griglia, se non in rarissimi frangenti, e, soprattutto, arrivava dall’inghippo progettuale catalano che, con tutta probabilità, è costato almeno un Mondiale.
La base della SF-26 sembra solida, con l’ottima notizia di una monoposto che reagisce a tutte le modifiche della squadra, oltre a possedere ampi margini di sviluppo, anche pescando idee altrui. Tutti aspetti positivi che, senza rimanere vittime dell’inevitabile tensione, gli ingegneri di Maranello dovranno riuscire ad accompagnare con un piano di sviluppo concreto e privo di intoppi. L’audacia di alcune scelte progettuali infonde molta fiducia in merito, rispetto al passato, ma dato che tutti, ma proprio tutti ripetono che il campionato si giocherà sullo sviluppo, quest’anno gli errori dovranno essere minimi, se non del tutto assenti; e le idee dovranno continuare a fiorire, anche oltre il periodo invernale sempre propizio alla squadra emiliana.
MEGLIO I CAVALLI O IL CONCETTO?
Il più grande e fondamentale dubbio del 2026 Ferrari è la Power Unit. Inutile nascondersi dietro a un dito: se si torna indietro a un anno fa e più, e si ripercorre il tempo che ci ha separato ai primi test di Barcellona, la maggior parte dei sussurri provenienti dalla Ferrari rispetto al motore 2026 erano tutt’altro che esaltanti. Qualche problema di affidabilità, preoccupante o meno, l’uscita di tecnici stimati e di grande peso, un carburante diverso dalla concorrenza… Ora, le ipotesi sono due: da Maranello è stata orchestrata una fine missione di controspionaggio che farebbe impallidire Mister Bond, oppure qualche preoccupazione c’era davvero.

E non è un caso che, per quanto rassicuranti siano stati i test anche a livello Power Unit, i motoristi Ferrari si aspettino comunque di essere un filo indietro rispetto a Mercedes. E i dati sembrano confermare questo trend, rapporto di compressione o meno. Ecco, l’entità di questo fantomatico distacco potrebbe segnare in un senso o nell’altro la stagione della Rossa. Parliamo di pochi cavalli, che magari si percepiscono solo in qualifica? O parliamo di un netto distacco in termini di efficienza, che diventa insormontabile in gara, pur disponendo di un telaio addirittura migliore, anche il primo della classe? Mesi fa, Fred Vasseur parlò di Power Unit 2026 che avrebbero avuto una forte disparità di concetto alla loro base. Qualche motore avrebbe aiutato in un certo tipo di piste, altri avrebbero svettato in circuiti diametralmente opposti.
È una dichiarazione che è stata dimenticata in fretta ma che, dopo i test in Bahrain, assume tutt’altra luce. Se la Ferrari ha scommesso su una Power Unit capace di esprimere il meglio nello spunto alle basse velocità, quanto soffrirà nei circuiti veloci? Le forti differenze nelle strategie di utilizzo dell’ibrido, sia in ricarica che in erogazione, saranno sufficienti a giocarsela anche a Jeddah o a Monza, per fare un esempio? Oppure, la campagna 2026 dovrà per forza basarsi su 5-6 vittorie piazzate chirurgicamente, e poi molta, molta costanza da parte dei piloti? Come potrete intuire, il negativo in questo pezzo si fonde spesso con l’interrogativo, com’è normale che sia alla vigilia di Melbourne.

E oltre a tutto ciò che pertiene alla SF-26, la Ferrari parte verso l’Australia con un ultimo, fondamentale quesito che, per quanto visto finora, fa pendere la bilancia verso il pessimismo. Lewis Hamilton, in pista, tornerà il pilota capace di assicurare una differenza rispetto agli avversari? Crescerà abbastanza nel rendimento da poter sognare o, almeno, recitare un ruolo da co-protagonista, capace di accompagnare la Scuderia nella campagna Costruttori e sostenere l’altro lato nel box nella corsa al titolo Piloti?
Lasciate frullare questi perché no nella vostra testa fino a domani, quando arriveranno i perché sì.



