Silverstone, Ferrari: la SF-26 allarga la finestra: Leclerc capitalizza, Hamilton resta fuori bilanciamento

Lug 7, 2026

Cristiano Sponton

La vittoria di Charles Leclerc a Silverstone non va letta come un semplice episodio favorevole, né come la risposta definitiva ai limiti mostrati dalla Ferrari nelle settimane precedenti. Il Gran Premio di Gran Bretagna ha raccontato qualcosa di più sfumato: La SF-26, su un tracciato front-limited, con mescole più dure e temperature meno estreme rispetto all’Austria, ha trovato un equilibrio più stabile tra bilanciamento meccanico, carico aerodinamico e gestione termica degli pneumatici, riuscendo finalmente a convertire il potenziale della vettura in passo gara.

Il risultato pesa, perché arriva in un weekend in cui Maranello aveva bisogno di concretezza. Leclerc ha costruito la vittoria con una gara pulita, senza forzare oltre il necessario e soprattutto senza perdere continuità nei momenti in cui la gomma poteva uscire dalla finestra ideale. La Safety Car finale ha congelato uno scenario favorevole, togliendo l’incognita di una possibile lotta tra le due Ferrari a parità di Soft, con Russell rimasto su Medie usate; il problema di Antonelli invece ha fermato la rimonta dell’italiano. Ma ridurre il successo Ferrari a quel finale neutralizzato sarebbe una lettura parziale. La gara di Leclerc era già solida prima dell’ultimo episodio.

Il weekend va letto partendo dal confronto tra Sprint Qualifying e Qualifica. Nella Sprint Qualifying Hamilton aveva firmato la pole in 1:28.376, con Leclerc a 0.327. Il giorno dopo, in qualifica, il quadro interno Ferrari si è ribaltato: Leclerc è sceso a 1:28.286, mentre Hamilton si è fermato a 1:28.458. Il saldo tra i due cambia di quasi mezzo secondo. Non basta chiamare in causa l’evoluzione della pista, anche perché le condizioni erano simili, con circa 38°C d’asfalto e 22°C d’aria tra le due sessioni. La differenza nasce soprattutto dal modo in cui i due piloti hanno portato la SF-26 dentro la finestra migliore.

Leclerc ha trovato una macchina più lineare nelle fasi di uscita e nel completamento del giro. Non sembra essere stato un cambio drastico di setup, quanto piuttosto un affinamento: uno di quegli interventi piccoli, ma decisivi, che permettono al pilota di collegare ingresso, rotazione e trazione senza dover correggere continuamente la vettura. I dati vanno in questa direzione. Hamilton resta competitivo nelle curve lente pure e conserva buoni riferimenti nelle curve veloci, ma Leclerc ribalta la prestazione nei rettilinei e nelle curve medie, guadagnando circa tre decimi e mezzo nelle sezioni di allungo e oltre un decimo nelle medie. Il punto chiave è che una parte importante del vantaggio nasce già sotto i 240 km/h, quando la vettura sta costruendo velocità prima ancora che il rettilineo diventi pienamente una questione di potenza ed efficienza.

Hamilton ha seguito una strada opposta. Dopo il decadimento accusato nella Sprint Race dopo circa otto giri, il suo lato del box ha scelto di togliere carico all’anteriore per rendere la SF-26 meno aggressiva sugli pneumatici. La direzione, però, è andata oltre il punto ideale. Lo ha ammesso lo stesso Lewis nel dopogara, spiegando di aver tolto troppa ala anteriore e di essersi ritrovato con un forte sottosterzo nel primo stint. È stato il nodo tecnico della sua domenica: meno carico davanti, centro di pressione più arretrato e una macchina meno pronta a ruotare con serbatoio pieno.

La prima fase di gara conferma questa lettura. Tra il giro 3 e il giro 10, Leclerc ha viaggiato in media sull’1:34.235, mentre Hamilton era intorno all’1:34.600. Quasi quattro decimi al giro. Il delta nasceva soprattutto dal modo in cui le due SF-26 completavano la curva: Charles riusciva a far ruotare prima la macchina e ad aprire il gas con meno angolo volante; Lewis era costretto a portare più sterzo fino alla fase di uscita. A Silverstone, dove l’anteriore sinistra resta sotto carico per diversi secondi tra Copse, Maggotts, Becketts e Chapel, il sottosterzo non resta confinato a una singola curva. Diventa temperatura, e la temperatura diventa tempo perso.

Il problema di Hamilton non era la velocità di base, ma la difficoltà di estrarla nella fase più sensibile della gara. Con pieno carico e gomma Medium, la Ferrari numero 44 non aveva il supporto anteriore necessario per entrare nel ritmo di Leclerc. Il sottosterzo obbligava Hamilton a gestire più angolo volante, a ritardare la riapertura del gas e a lavorare maggiormente la gomma anteriore. È una dinamica che a Silverstone pesa più che altrove, perché la pista non perdona una vettura che non chiude la curva con naturalezza.

Sulla Hard, infatti, il quadro cambia. Con meno carburante e una mescola più stabile, Hamilton rientra progressivamente nella finestra prestazionale di Leclerc. Il confronto interno resta a favore di Charles, che chiude lo stint con una media intorno all’1:33.203 contro l’1:33.456 di Lewis, ma nel finale il delta quasi si azzera. Tra il giro 41 e il 46 Leclerc gira in 1:33.092, Hamilton in 1:33.098. Sei millesimi di differenza media. È il dato che chiarisce meglio il weekend del sette volte iridato: non mancava il passo assoluto, mancava il bilanciamento corretto nel momento in cui la Medium e il pieno carico rendevano la macchina più critica.

La gara di Leclerc è stata più completa proprio perché la sua SF-26 ha lavorato in una finestra più stabile dall’inizio alla fine. La posizione in pista ha certamente aiutato, ma non basta a spiegare la qualità del passo. Charles ha potuto costruire gli stint in “aria libera”. Quando la vettura è prevedibile, il pilota può gestire la temperatura senza rinunciare al ritmo; quando invece il bilanciamento costringe a continue correzioni, la gomma esce più facilmente dal range ideale e il tempo perso diventa progressivo.

Il discorso gomme, però, va maneggiato con cautela. Silverstone non certifica la fine dei problemi Ferrari visti sulle piste rear-limited. Il Red Bull Ring stressa soprattutto il posteriore: tante ripartenze, molte fasi di trazione, asfalto oltre i 50°C e mescole più morbide. Silverstone, invece, sposta il limite sull’anteriore, in particolare sull’anteriore sinistra, con carichi laterali prolungati, temperature meno estreme e compound più duri. È un contesto tecnico molto diverso. La SF-26 ha funzionato meglio perché il circuito chiedeva stabilità in percorrenza più che capacità di scaricare coppia su un posteriore già stressato.

La questione vera resta quindi la stessa: perché la Ferrari diventa più fragile quando il tracciato sollecita il retrotreno?. Il modello stagionale aveva già indicato una tendenza chiara nelle piste rear-limited o traction-limited: la SF-26 non perde soltanto per degrado progressivo, ma per la facilità con cui la gomma posteriore può uscire dalla finestra quando trazione, temperatura e bilanciamento iniziano a sovrapporsi. Il punto critico è la transizione tra rotazione e trazione. La Ferrari spesso non paga una velocità minima particolarmente debole; il problema nasce dopo, quando il pilota riapre il gas e chiede al posteriore di completare la rotazione e scaricare coppia verso il rettilineo.

In quel momento la gomma deve sostenere carico laterale e longitudinale insieme. Se il retrotreno scivola anche poco, quello scivolamento diventa temperatura. E quando la temperatura supera il range ideale, il degrado smette di essere lineare: il passo si sporca, la correzione aumenta e il rischio di cliff cresce. La soluzione non può essere semplicemente aggiungere carico dietro, perché significherebbe pagare in efficienza, velocità e bilanciamento nei curvoni. Ferrari deve allargare la finestra del posteriore nelle fasi transitorie, lavorando su stabilità del carico, differenziale, gestione di coppia e deploy.

Silverstone non consegna una Ferrari guarita, ma una SF-26 capace di esprimersi quando il limite si sposta dall’asse posteriore alla stabilità in percorrenza. La Ferrari ha gestito meglio lo pneumatico perché il circuito non obbligava il posteriore a scaricare coppia in modo ripetuto su una gomma già stressata termicamente. È una buona notizia, ma non ancora una soluzione completa. La vera verifica arriverà sui tracciati dove la prestazione si costruisce in uscita curva, con il retrotreno sotto coppia e la gomma posteriore costretta a lavorare al limite della finestra. Il risultato finale racconta quindi una Ferrari più matura, ma non ancora guarita.

Leclerc ha vinto perché ha trovato una SF-26 precisa, leggibile e costante, capace di mantenere ritmo nei punti più severi di Silverstone. Hamilton, al contrario, ha pagato una scelta di bilanciamento troppo conservativa sull’anteriore, corretta solo parzialmente dal comportamento più stabile della Hard nella seconda metà di gara. Per Maranello resta una vittoria importante, forse la più utile sul piano tecnico: non perché cancelli i limiti della SF-26, ma perché mostra quanto questa macchina possa diventare competitiva quando il setup riesce a tenere insieme ingresso, rotazione e uscita senza rompere la finestra gomme.

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