Il lato oscuro della nuova F1: quando il tifo si trasforma in odio

Set 18, 2026

Piergiuseppe Donadoni

Negli ultimi anni si è fatta sempre più concreta una deriva che riguarda soprattutto X ma, in misura crescente, anche Instagram: un odio vero e proprio da parte di chi tifa un determinato pilota verso chi, semplicemente, scrive. Non serve nemmeno un’opinione: basta riportare fatti, o anche solo rumor onestamente presentati come tali, che raccontano qualcosa di scomodo sul proprio beniamino. È una dinamica che negli ultimi giorni ha colpito direttamente AutoRacer, dopo un nostro articolo sulla situazione interna in Ferrari e uno analogo di Giuliano Duchessa (direttore di AutoRacer) sul Corriere della Sera: nel giro di poche ore sono arrivati insulti, minacce con un livello di disinformazione (e diffamazione) sul contenuto reale dei pezzi difficile da immaginare per chi non lavora nel settore.

F1: una crescita innegabile, ma con dei costi

La Formula 1 di qualche anno fa era uno sport relativamente di nicchia. Con la gestione di Liberty Media, complice anche l’effetto Drive to Survive, gli spettatori sono cresciuti in modo importante, portando dentro questo mondo un pubblico molto più ampio e trasversale rispetto al passato: non più solo appassionati di lunga data, ma anche un pubblico più giovane, attratto tanto dalle storie personali dei piloti quanto dalla competizione in pista. È un dato che, come settore, non possiamo che accogliere con favore: più appassionati significano più attenzione mediatica, più risorse per i team, e più spazio per un giornalismo che possa approfondire davvero questo sport grazie a numeri notevolmente più interessanti, almeno per AutoRacer.

Il rovescio della medaglia, però, è sempre più difficile da ignorare. Con l’allargamento del pubblico è arrivato anche un tipo di tifo diverso da quello di un tempo: meno legato alla comprensione tecnica o storica dello sport, più simile a un’identificazione quasi personale con il proprio pilota, vissuta come appartenenza da difendere a ogni costo. È lo stesso meccanismo che da decenni caratterizza il tifo calcistico, dove la squadra o il giocatore diventano un’estensione della propria identità, e qualsiasi critica, per quanto documentata, viene percepita non come un’informazione da valutare ma come un attacco personale a cui rispondere con la stessa intensità emotiva.

A questo si aggiunge un fattore strutturale non da poco: l’anonimato e la logica degli algoritmi social, che premiano i contenuti più polarizzanti e le reazioni più rapide e viscerali rispetto a una lettura attenta. Un titolo viene interpretato, spesso travisato, e diventa immediatamente la base per un giudizio sommario, mentre il contenuto effettivo dell’articolo — verificato, con le sue fonti, le sue cautele, i suoi condizionali quando l’informazione non è ancora confermata — resta sullo sfondo, quasi ininfluente rispetto all’ondata emotiva che si scatena nei commenti.

Il rischio, a lungo termine, è duplice. Da un lato per chi scrive, che può iniziare — consciamente o meno — ad autocensurarsi su temi che sa generare ostilità, impoverendo così l’informazione a disposizione dei tifosi più equilibrati. Dall’altro per lo sport stesso, che rischia di scambiare la crescita quantitativa del proprio pubblico per un successo senza ombre, quando in realtà porta con sé le stesse patologie che da tempo affliggono altri sport di massa. Non è un problema che si risolve con un articolo, ma è giusto nominarlo apertamente: la crescita della Formula 1 non dovrebbe avere come prezzo da pagare la normalizzazione dell’odio verso chi la racconta.

 

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