Ferrari e gomme: il problema non è il degrado, ma la finestra del posteriore

Lug 1, 2026

Cristiano Sponton

Per leggere il comportamento gomme della Ferrari SF-26 non basta guardare il tempo medio sullo stint o il semplice decadimento giro dopo giro. Il degrado, in Formula 1, non è mai un numero isolato: dipende dalla mescola utilizzata, dalla temperatura dell’asfalto, dalle pressioni minime imposte da Pirelli, dal tipo di circuito, dal carico di benzina, dalla fase dello stint e dal modo in cui la vettura genera scivolamento. Per questo abbiamo utilizzato un modello di analisi che incrocia i giri gara con il contesto tecnico di ogni GP, provando a separare il semplice calo prestazionale dalla vera qualità di gestione dello pneumatico.

Il modello non prova a “predire” il comportamento della gomma in modo astratto, ma rilegge i dati già disponibili: stint, mescole, vita gomma, temperatura pista, pressioni, team e andamento dei tempi. Da qui vengono ricavati alcuni indicatori chiave. Il primo è il degrado lineare, cioè quanto il tempo tende a peggiorare giro dopo giro a parità di stint. Il secondo è il “late drop”, ovvero la perdita nella parte finale della vita della gomma. Il terzo è il “cliff”, il dato forse più importante in ottica gara: non misura un degrado progressivo, ma un crollo improvviso di prestazione, segnale che lo pneumatico è uscito dalla finestra corretta di utilizzo.

Gomme finestra

La differenza è sostanziale. Una vettura può degradare in modo lineare ma prevedibile, e quindi essere gestibile dal muretto. Un’altra può sembrare competitiva per diversi giri, salvo perdere improvvisamente prestazione quando la gomma supera una certa soglia termica o meccanica. È qui che il modello diventa utile: non si limita a dire chi “consuma meno”, ma prova a capire chi riesce a mantenere la gomma dentro una finestra stabile e chi, invece, tende a generare cali più bruschi.

Applicando questa lettura agli otto GP analizzati, compresa l’Austria, emerge un quadro abbastanza netto: Ferrari non sembra semplicemente una vettura severa sugli pneumatici. La definizione sarebbe troppo generica. Il limite più interessante della SF-26 è un altro: la monoposto di Maranello appare molto sensibile alla finestra del posteriore. Quando il retrotreno resta dentro il corretto intervallo termico e meccanico, la prestazione c’è. Quando invece la gomma posteriore inizia a scivolare, soprattutto in uscita dalle curve lente, il degrado diventa più difficile da controllare e può trasformarsi in cali improvvisi di rendimento.

Il dato complessivo, emerso del modello, costruito su otto GP reali e oltre duemila giri analizzati, racconta un quadro abbastanza netto. Red Bull Racing emerge come miglior pacchetto nel ranking robusto, davanti a Mercedes, McLaren e Ferrari. Ma la classifica non va letta come una semplice graduatoria di “chi consuma meno”. McLaren, ad esempio, è spesso il riferimento nel degrado lineare, ma tende a pagare di più nel late drop, cioè nella perdita di prestazione nella fase finale dello stint. Mercedes è il pacchetto più equilibrato, con una buona capacità di mantenere il passo senza generare troppi crolli. Red Bull è quella che, nei dati robusti, riesce meglio a combinare degrado, late drop e assenza di cliff. Ferrari, invece, resta la più instabile: non sempre la più lenta, ma quella che più spesso trasforma il degrado in un problema non lineare.

È proprio qui che nasce la chiave tecnica. La SF-26 non appare fragile in ogni contesto. Su piste più front-limited o lateral-limited, dove il carico sulla gomma nasce soprattutto dalla percorrenza, dal sostegno laterale e dall’avantreno, Ferrari diventa più leggibile. Cina, Giappone e Spagna mostrano una SF-26 meno vulnerabile rispetto alle piste di trazione pura. Non significa che la vettura diventi il riferimento assoluto, perché McLaren resta molto efficiente nella gestione del degrado lineare, ma il comportamento Ferrari è meno brusco. La gomma perde prestazione, ma lo fa in modo più interpretabile.

Il discorso cambia sulle piste rear-limited, o comunque traction-limited. Austria, Canada, Miami e Monaco sono i casi più indicativi. Qui la fase critica non è tanto la percorrenza pura, quanto il modo in cui la vettura riapre il gas, scarica coppia e porta velocità verso il rettilineo senza far scivolare il posteriore. È esattamente in questo tipo di scenario che la SF-26 mostra il suo limite principale: degrado più alto, più episodi di cliff e una maggiore sensibilità alla temperatura. Il problema non è soltanto “consumare” gomma, ma perdere improvvisamente la finestra di utilizzo.

Ferrari cliff

L’Austria è il caso più recente e forse il più chiaro. Con asfalto intorno ai 53°C, mescole C3, C4 e C5 e pressioni severe, il Red Bull Ring ha messo sotto stress soprattutto la trazione. In quel contesto Ferrari è risultata più esposta rispetto a Mercedes, Red Bull e McLaren. Il dato più interessante non è solo il degrado medio, ma il numero di cliff. La SF-26 ha mostrato una tendenza più marcata ai crolli improvvisi, segnale di una gomma che non degrada sempre in modo progressivo, ma può uscire di colpo dalla finestra. Questo è un aspetto cruciale per il muretto, perché rende più difficile allungare uno stint e più rischioso costruire la gara su una fase centrale troppo aggressiva.

La Medium in Austria è il punto più delicato. Il modello evidenzia un degrado particolarmente alto per Ferrari sulla C4, pur con la prudenza necessaria legata alla dimensione del campione. Il messaggio tecnico, però, è coerente con quanto visto anche in altre piste di trazione: quando la gomma posteriore viene sollecitata in uscita e la temperatura sale, la SF-26 fatica a mantenere un equilibrio stabile. Può essere competitiva per alcuni giri, ma se il pilota è costretto a correggere, se il retrotreno scivola o se  la gestione della coppia motrice non viene gestita con estrema precisione, il passo rischia di degradare rapidamente.

Ferrari Austria

Questo non cancella i progressi Ferrari. Anzi, li rende più leggibili. La qualifica a Spielberg aveva mostrato una SF-26 molto più centrata rispetto alle libere, con una finestra di utilizzo ritrovata e una maggiore pulizia nel passaggio tra centro curva e uscita. Ma la gara chiede una prova diversa: non basta entrare nella finestra sul giro secco, bisogna restarci per venti, trenta o quaranta giri. La Ferrari attuale sembra capace di produrre prestazione quando tutto è allineato,  ma fatica a mantenere lo stesso livello quando le condizioni cambiano. È una macchina che premia precisione e aria pulita, ma che paga molto quando deve inseguire, gestire traffico o proteggere il posteriore su pista calda.

Il confronto con gli altri top team aiuta a chiarire il quadro. Mercedes non è sempre quella con il degrado più basso, ma resta la più completa. La W17 tende a essere prevedibile, e la prevedibilità è una qualità enorme nella gestione gara. Red Bull, soprattutto nei dati Austria, appare più robusta di quanto la sola qualifica potesse suggerire: non sempre il late drop è il migliore, ma l’assenza di cliff indica una piattaforma gestibile. McLaren resta un caso particolare: la MCL40 consuma poco in modo lineare, ma va protetta nella fase finale dello stint, dove il rischio di drop diventa più evidente. Ferrari, invece, ha il problema opposto: non manca sempre la prestazione iniziale, manca la continuità termica.

La separazione tra piste rear-limited e front-limited diventa quindi fondamentale. Nei tracciati rear-limited Ferrari è la più penalizzata tra i top team: più degrado, più cliff e maggiore esposizione allo scivolamento. Nei tracciati front-limited, invece, la SF-26 torna più competitiva in termini relativi. Questo suggerisce che il limite principale non sia un generico consumo gomma, ma l’interazione tra retrotreno, trazione, temperatura e distribuzione della coppia. In altre parole: Ferrari non deve solo “trattare meglio le gomme”, deve stabilizzare il modo in cui il posteriore lavora quando la vettura passa dalla fase di rotazione alla fase di accelerazione.

Per Maranello, la direzione tecnica è abbastanza chiara. Serve una piattaforma che permetta al pilota di aprire gas con meno correzioni, riducendo lo scivolamento iniziale e il carico termico sulla gomma posteriore. Serve anche una gestione più ampia della finestra, perché una vettura veloce ma stretta nel range operativo può funzionare molto bene in qualifica e diventare più fragile in gara. La SF-26 ha mostrato di poter essere competitiva, ma i dati suggeriscono che il salto definitivo non passerà solo dalla potenza o dal picco aerodinamico: passerà dalla capacità di rendere la gomma posteriore meno nervosa, meno intermittente, più prevedibile.

In sintesi, Ferrari non è lontana perché manca sempre prestazione. È lontana perché la prestazione è ancora troppo condizionata dalla finestra. Su piste front-limited la SF-26 riesce a mascherare meglio il limite; sulle piste di trazione, soprattutto con asfalto caldo, il problema riemerge. Ed è qui che si gioca la differenza tra una macchina veloce a tratti e una macchina realmente da gara: non nel giro in cui la gomma è perfetta, ma nel momento in cui inizia a scivolare e bisogna continuare ad andare forte senza trasformare velocità in temperatura.

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