6 cilindri – Vietato calmarsi

Ott 13, 2026

Luca Ruocco

Se prima del weekend di Singapore vi avessero prospettato un doppio podio Ferrari in entrambe le corse, una Pole Position sfiorata e tre giorni al termine dei quali la famigerata ESECUZIONE sarebbe stata finalmente soddisfacente, ci avreste messo la firma?

6 Cilindri sì. E la Rossa era a una scelta, una sola, dal raggiungere il traguardo.

Nulla per cui valga la pena esultare, sia chiaro. Ma un piccolo attimo di tranquillità, quello sì, al termine di una tripletta di gare estenuante. Un respiro, un refolo di calma al termine di un mese a dir poco turbolento dalle parti di Maranello.

E invece, come tutti i lunedì, l’argomento Ferrari riempie articoli, occupa i primi minuti dei podcast di F1 più famosi al mondo, genera polemiche su polemiche, il tutto con una sfumatura ovviamente negativa, arrivando ad oscurare weekend a tratti imbarazzanti, come quello di McLaren.

Dato che nell’appuntamento live con AutoRacer di martedì alle 21 chi scrive non sarà presente, questo rapido appuntamento con 6 Cilindri è l’occasione di mettere qualche puntino sulle i, in attesa delle opinioni dei vari ospiti. Ci rivedremo, su YouTube, dopo Austin.

SINGAPORE E LA SF-26: UNA SORPRESA POSITIVA

I dati delle prime 15 gare del 2026 suggerivano, per Singapore, una Ferrari in lizza con McLaren per il ruolo di terza forza.

Entrambe le vetture potevano fare affidamento su qualche punto di forza (la frenata e l’inserimento per Ferrari, il passo e le marce corte per McLaren), ma temevano altrettante debolezze. Per la SF-26, le continue zone di trazione, i numerosi allunghi che avrebbero comunque premiato le Power Unit più potenti e la necessità di ammorbidire l’assetto.

mercedes singapore

Il responso della pista, per la Rossa, è stato sorprendentemente positivo.

Scomparsa la necessità di irrigidire le sospensioni per gestire una monoposto bassa e quindi più efficiente sul dritto, la SF-26 ha mostrato un’ottima capacità di gestione dei cordoli e dei dossi. La trazione si è dimostrata buona, addirittura ottima con l’assetto esageratamente protettivo testato da Leclerc nella qualifica Sprint, e il deficit di Power Unit è stato tamponato al meglio, grazie a strategie di ricarica via via più centrate. Inoltre, una volta ottimizzato il telaio per le curve lente, la consueta superiorità nel guidato si è potuta apprezzare anche a Singapore.

Rispetto a quanto mostrato a Monaco, la performance Ferrari è nettamente migliorata, probabilmente grazie all’aggiornamento di Zandvoort, meno esplosivo sul cronometro di quanto sperato (per i motivi illustrati più volte da AutoRacer), ma comunque efficace nel donare stabilità al posteriore.

Considerando tutte le sessioni disputate, e le varie fasi di gara su Soft e Medie, la SF-26 si è dimostrata globalmente superiore a McLaren; almeno in linea con la Mercedes W17 aggiornata (meno prevedibile e veloce della versione classica, almeno fino al botto di George Russell) ma spesso più veloce; inferiore a Red Bull, soprattutto sul passo gara.

Se infatti nella qualifica di sabato la SF-26 era forse la monoposto con il potenziale più alto, la ricerca del tempo sul giro singolo ha leggermente acuito il degrado in gara, dove logica avrebbe comunque voluto che, come è sempre accaduto quest’anno, il deficit di motore si facesse sentire di più, soprattutto a pieno carico e nel contenere il surriscaldamento, esercizio molto più semplice se si dispone di qualche decimo di motore nel taschino.

Insomma, nei limiti di una SF-26 alla quale manca un grosso pacchetto di aggiornamenti, a differenza di tutti gli altri Top Team, la prestazione pura è stata più che accettabile.

ESECUZIONE E STRATEGIE POSITIVE, FINO ALLA SCELTA DI HAMILTON

Nel 2026 abbiamo imparato anche fin troppo bene che un potenziale tecnico, da solo, non basta. Serve anche l’esecuzione per rendere soddisfacente un weekend.

A Singapore, dopo la debacle delle slick nella partenza malese, muretto, ingegneri e piloti Ferrari si sono comportati (quasi) egregiamente,  almeno secondo chi scrive.

Il lavoro di ricerca dell’assetto perfetto è stato più che fruttuoso, e ne abbiamo già parlato.

Il rendimento dei piloti è stato tutto sommato positivo.

Hamilton, dotato del potenziale migliore di tutta la griglia nella qualifica di sabato, ha un po’ pasticciato in Q3, come un giorno prima, ma aveva più che compensato le incertezze con una gara Sprint su intermedie davvero spettacolare.

Leclerc, dopo un venerdì convincente, ha faticato con le intermedie – in parte per le scelte di assetto -, ma si è sistemato in vista di qualifiche e gara, e nonostante un problema ai freni che ha tolto fiducia nel corso della qualifica, è arrivato a sfiorare la Pole Position. In gara ha mostrato un ottimo passo e in partenza gli sono mancati quei 5 metri di scatto in più per rendere impossibile a Verstappen la magistrale manovra difensiva della prima curva.

Arriviamo alla gara e alla strategia, l’argomento preferito dei commenti post-Gran Premio da che mondo è mondo – con la rigorosissima e alquanto ridicola convinzione che una strategia renda vincente una macchina che vincente non è, mi raccomando -.

Differenziare la mescola di partenza tra Leclerc e Hamilton era quasi scolastico. Il pilota più vicino a Verstappen con la Soft per attaccarlo al via, nei primi giri, o quantomeno restare agganciato per un undercut; il pilota che scatta terzo dotato della gomma sulla carta più duratura, pronto ad allungare il primo stint e a scombinare i piani Red Bull, muovendosi come pedina capace di approfittare di una neutralizzazione a pit-stop di Max avvenuto.

Gli strateghi Ferrari non potevano sapere che Hamilton avrebbe faticato tanto sulle Medie e, anzi, appena sono crollati i suoi tempi, sono stati rapidi nel passare a una strategia a due soste che massimizzasse il tempo gara di Lewis sulle Soft. Da qui il pit-stop molto anticipato che ha messo Hamilton su una traiettoria di undercut rispetto a Leclerc.

GP Singapore

Leclerc con il quale Ferrari, una volta compreso che sul passo Verstappen ne aveva troppo di più, poteva solamente impostare una gara sulla singola sosta, ritardando il più possibile il pit-stop per minimizzare, al contrario, il tempo sulle Medie.

Non a caso, il pit-stop di Leclerc è arrivato un giro dopo la sosta di Antonelli, per evitare qualsiasi rischio di undercut del pilota italiano. Charles non è stato rispedito in pista volutamente davanti a Hamilton, anzi, viene da pensare che senza la sosta di Antonelli Leclerc sarebbe rimasto in pista anche fino ad essere virtualmente passato da Hamilton. Il quale, poi, dovendo ritornare ai box gli avrebbe lasciato pista libera.

Al contrario, dovendo rispondere ad Antonelli, richiamare Leclerc nel momento in cui anche dopo un pit-stop di 3.1 secondi è rimasto davanti a Lewis, rappresenta anche qui una chiamata alquanto scolastica.

Una volta che Leclerc DEVE essere richiamato per coprire l’undercut di Antonelli, e quindi tornerà in pista nella prossimità di Hamilton, lasciare che Lewis lo sfilasse o addirittura ordinarlo sarebbe stato un suicidio per la gara di Charles, il pilota messo meglio in pista grazie a una qualifica meno pasticciata. Leclerc avrebbe rovinato in aria sporca le gomme Medie, non ne avrebbe sfruttato l’extragrip da fresche, e sarebbe stato rallentato da un pilota che, per colpa del primo stint tanto complicato, aveva davanti a sé una gara di rimonta nella quale le possibilità di podio, contro McLaren e Mercedes tutte su singola sosta, erano concrete ma di sicuro più basse.

Quindi, ordinare uno swap sarebbe stata una clamorosa baggianata, e non a caso il cronometro ha confermato che, dopo aver perso 1’’6 durante il giro di outlap di Leclerc, Hamilton è subito tornato a girare in 37.2, e nelle tornate successive, una volta perso l’Overtake da Leclerc, ha cominciato ad accumulare distacco.

Se non stessimo parlando della Ferrari, questa dinamica di gara, team radio di richiesta swap da parte di Hamilton compreso, sarebbe presto passato nel dimenticatoio.

A questo punto, la corsa aveva offerto agli strateghi Ferrari una Virtual Safety Car che sistemava la gara di Hamilton, assicurandogli quasi certamente il terzo posto, e offriva a Leclerc la carta di un pit-stop in più per provare a scombinare i piani di Verstappen.

Lettura corretta e coraggiosa con Charles da parte del muretto, quasi elementare con Hamilton.

Leclerc

Ma, come ben sappiamo, Hamilton – probabilmente al termine di una discussione durata mezzo giro e non andata in onda – disattende l’ordine finale di rientrare ai box, e tira dritto. Una scelta della quale si è poi pubblicamente scusato, sia sui social che nel team radio finale.

Ora, la scelta in sé di Hamilton è un palese errore di valutazione che, nel contesto della singola gara, ha privato l’inglese di un podio, ha determinato uno passivo di 12 punti in classifica per la Ferrari rispetto a McLaren, e ha complicato la rincorsa al secondo posto in classifica piloti di Lewis.

Un peccato, ma alquanto sopportabile, nell’ottica della solita stagione senza Mondiali.

Tuttavia, il discorso cambia se la scelta di Hamilton, perché di altro non si può trattare se non di una scelta – francamente impossibile che, con i meccanici dotati anche delle sue gomme, non sia stato davvero chiamato o, peggio ancora, abbia saltato l’ingresso pit per distrazione – viene inserita nel contesto degli ultimi mesi vissuti da Maranello.

Una singola scelta ha completamente cancellato quello che sarebbe stato un ottimo weekend, ha rimesso il reparto strategico al centro dell’attenzione, così come la gestione del team (in pochi avrebbero parlato del mancato swap con Leclerc, ultras a parte), e ha privato la Scuderia del meritato momento di tranquillità verso Austin.

Era stata la pista a donare un attimo di respiro alla Ferrari. Purtroppo, la sua stella più grande, Albo d’Oro alla mano, ha deciso di cancellare questo momento per una scelta che, logicamente, non può che non nascere dalla volontà di differenziare la propria gara nei confronti di Leclerc. Non si riesce altrimenti a comprendere quale stramba idea abbia partorito Hamilton per cui, rimanendo in pista con Soft venti giri più vecchie delle gomme di Verstappen, l’olandese sarebbe stato in qualche modo attaccabile.

Valeva la pena buttare un terzo posto per la speranza di un’altra neutralizzazione o addirittura di una bandiera rossa, che avrebbe sì reso attaccabile Leclerc, ma difficilmente avrebbe messo Lewis nella posizione di insidiare Verstappen?

Non c’è alcun dubbio che, da quando è arrivato a Maranello, Hamilton abbia portato tante novità positive, con una formidabile iniezione di cultura, esperienza e metodo di lavoro vincente.

Purtroppo, però, la legittima volontà di guidare il team dentro e fuori la pista, ad ovvio discapito del veloce compagno di squadra, ha portato Lewis a scatenare, da Zandvoort in avanti, una tempesta mediatica che la sua scelta di Singapore ha solo e soltanto ampliato.

Il sarcasmo via radio olandese, la staccata tirata in partenza a Monza che ha innescato tutto il caos successivo (nel quale non mancano le responsabilità di Leclerc), le parole dopo Monza, la conferenza stampa del giovedì malese, e ora la scelta di Singapore: se in tutto ciò si apprezza una sincera volontà di Hamilton di vincere con la Rossa, è altrettanto palese che la necessità di ottenere i galloni di capitano per riuscire nell’impresa stia portando Hamilton ad alimentare continue tensioni che non fanno per nulla bene alla Ferrari.

A costo di ripetersi, è imprescindibile sottolineare quanto avrebbe fatto bene a tutti uscire da Singapore con un doppio podio e lasciare i titoli ad altri, nell’impossibilità di raggiungere la vittoria: al contrario, si parla solo e soltanto di quanto sia pessima la gestione di questa Rossa.

Per colpa di una comprensibile ma miope, egoistica scelta.

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